martedì 27 giugno 2017

MIKE KOSTERLITZ

A Mike Kosterlitz, Premio Nobel d
ella Fisica 2016,
Fotografia di Mike Kosterlitz archive



Mike Kosterlitz sale Scorpio E2 5b, 
Cloggy, Galles
Fotografia di Ken Wilson

Mike Kosterlitz sale l'ultimo tiro 
di Gormenghast E1 5a, Heron 
Crag, Eskdale, Inghilterra
Fotografia di Ken Wilson

Mick Burke, Mike Kosterlitz and 
Martin Boysen on the Dru Rognon
Fotografia di Nick Estcourt

A Mike Kosterlitz è stato assegnato il premio Nobel per la fisica. Lo scozzese, oltre che per suo genio applicato alla scienza, ha brillato anche come arrampicatore e alpinista lasciando segni indimenticabili soprattutto in Valle dell'Orco, come la celeberrima Fessura Kosterlitz che porta il suo nome. L'articolo di Giovanni Battimelli.
Ha fatto quasi più rumore nell’ambiente alpinistico che in quello dei fisici la notizia dell’assegnazione del premio Nobel per la fisica a Mike Kosterlitz (in condivisione con David Thouless e Duncan Haldane. Perché Kosterlitz (che già era stato insignito nel 2000 del prestigioso premio Onsager per i suoi studi di meccanica statistica della materia condensata) è diventato nel corso degli anni una sorta di personaggio leggendario del mondo dell’arrampicata, specialmente in Italia grazie al ruolo da lui avuto, insieme a Motti, Grassi e gli altri del “Nuovo mattino”, nei primi anni settanta nella scoperta delle pareti granitiche della Valle dell’Orco, e dei blocchi alla loro base. Vie come il Pesce d’aprile ad Aimonin, o il Sole nascente sul Caporal, e la celeberrima fessura che porta il suo nome alla base del Sergent, sono state allora delle pietre miliari della nuova arrampicata, e tuttora delle grandi classiche di riferimento.
Ma non tutti sanno che, ben al di là del segno lasciato sulle rocce dell’Orco, Kosterlitz era già, quando giunse come borsista all'Istituto di Fisica Teorica dell'Università di Torino nell’autunno del 1969, un alpinista di alto livello, con al suo attivo tra l’altro una delle prime salite del diedro Philipp in Civetta, la prima ripetizione della via degli americani al Dru, fatta con Mick Burke nel 1966, e una via nuova sulla nord del Badile, tracciata nel 1968 insieme a Dick Isherwood per sbaglio, in un tentativo di ripetere la via Corti, tirando su dritti dove invece la via di Corti obliqua decisamente a sinistra. Scozzese di origine, formatosi alla scuola dura e pura dell’arrampicata britannica, Kosterlitz ha continuato poi a realizzare belle salite dopo il trasferimento negli Stati Uniti (c’è una splendida via in fessura Kosterlitz-Highbee nei Bugaboos ).
Gravi problemi di salute lo hanno costretto ad abbandonare precocemente l’arrampicata e alpinismo, e la sua vita si è concentrata sulla ricerca scientifica e sull’attività di docente alla Brown University di Providence, in Rhode Island. E’ però bene ricordare che le ricerche che gli hanno valso il massimo riconoscimento, sulle proprietà topologiche di strati sottili di materia che possono dare conto di fenomeni peculiari quali la superconduttività, sono state svolte nei primi anni settanta; arrampicare, così sembra, fa bene alla creatività scientifica – o viceversa?
A Mike Kosterlitz, Nobel per la Fisica 2016, il Climbing Ambassador degli Oscar dell’arrampicata di Arco
27.06.2017 di Vinicio Stefanello
“I miei anni da arrampicatore sono stati molto importanti per me ed è davvero una cosa speciale essere premiati per quelle mie prime scalate.” Questo il commento del Premio Nobel Mike Kosterlitz alla notizia di essere stato scelto per ricevere il Climbing Ambassador degli Arco Rock Legends 2017 che si svolgeranno come ogni anno nell’ambito del Rock Master la gara dei campioni dell’arrampicata. Un onore che naturalmente è condiviso dalla città di Arco e da tutto il Garda Trentino che, venerdì 25 agosto prossimo nella serata dedicata alla 12esima edizione degli Oscar dell’arrampicata sportiva, vedranno il 74enne professore di Fisica della Brown University (Providence, RI, USA) nonché Nobel per la Fisica ricevere il Climbing Ambassador by Dryarn® di Aquafil. Un riconoscimento che ogni anno la SSD Arrampicata Sportiva Arco assegna “a chi attraverso la sua passione, energia e visione ha guidato ed influenzato lo sviluppo dell’arrampicata”. E John Michael Kosterlitz è stato ed è sicuramente una fonte di ispirazione per tutti i climber. Tanto che è più conosciuto tra i climber per le sue performance sulla roccia che per quelle di accademico e Nobel della Fisica. Tanto che il suo nome è leggendario, se non proprio mitico, tra gli arrampicatori.

Mike Kosterlitz è nato nel 1943 ad Aberdeen in Scozia ed è figlio di ebrei scappati nel 1934 dalla Germania nazista. Il padre, Hans Walter Kosterlitz, è stato uno dei pionieri della biochimica. Mike arrivò in Italia nell’autunno del ’69 come borsista all'Istituto di Fisica Teorica dell'Università di Torino, dopo essersi laureato all'Università di Cambridge ed aver conseguito un dottorato all'Università di Oxford. All’epoca era già un arrampicatore di rilievo con all’attivo salite come la prima ripetizione della famosa Americana ai Dru (Monte Bianco), la prima salita della difficile via degli inglesi sulla Nord del Pizzo Badile. Ma fu proprio in Italia che divenne quel “Kosterlitz” divenuto un simbolo per svariate generazioni di arrampicatori. Il caso infatti volle che incontrasse Gian Carlo Grassi, Gian Piero Motti, Ugo Manera e gli altri di quel gruppetto di arrampicatori torinesi che, agli inizi degli anni ’70, stava cambiando l’arrampicata.

Loro gli fecero conoscere la Valle dell’Orco con tutta la sua roccia ancora da scalare. Lui dal canto suo portò quello stile duro e puro dell’arrampicata britannica. Insieme aprirono gioielli come la via del Pesce d’aprile alla Torre di Aimonin o quella del Sole nascente sul Caporal. Per l’epoca erano autentiche visioni che anticipavano il futuro. Come lo fu quella che poi divenne, e tuttora è per tutti, la “Fessura Kosterlitz”. Quell’incisione alta 7 metri che il futuro Nobel della Fisica salì su un masso della Valle dell’Orco e che divenne l’emblema non solo dell’arrampicata “ad incastro” ma anche uno dei primi manifesti di quell’arrampicata che moltissimo tempo dopo si sarebbe chiamata “Bouldering”. Un simbolo così forte ed importante che, quando il masso “Kosterlitz” rischiò di essere distrutto da una nuova galleria, ci fu un’autentica sollevazione da parte dei climber che chiesero ed ottennero che quel monumento dell’arrampicata non fosse distrutto. Anche questa una cosa più unica che rara.

Mike Kosterlitz, dopo quei primissimi anni ’70 in Italia, si trasferì negli Stati Uniti per collaborare con l’Università di Cornell, l'Università di Princeton, i Bell Telephone Laboratories e l'Università di Harvard. Dal 1982, invece, è professore presso la Brown University di Providence, Rhode Island. nel frattempo una grave malattia gli impedì di continuare ad arrampicare. Poi l’anno scorso l’assegnazione del Nobel della Fisica (conferitogli insieme a David Thouless e Duncan Haldane) “per le scoperte teoriche sulle transizioni topologiche di fase e le fasi topologiche della materia”. Una formula e degli studi che risultano del tutto incomprensibili ai più. Come del resto ai più risulteranno probabilmente incomprensibili le arrampicate di Kosterlitz. Sicuramente però chi gli ha assegnato il Nobel ha saputo vedere e capire quanto importanti siano questi studi per tutti noi, per il nostro futuro. Allo stesso tempo il riconoscimento che gli sarà consegnato ad Arco il 25 agosto prossimo suggella un dato di fatto che gli arrampicatori hanno già decretato da tempo: Kosterlitz è da sempre tra gli ambasciatori dell’arrampica e tra gli ispiratori dei climber.

A guardar bene, poi, le due cose poi forse non sono così lontane tra loro. D’altra parte lui stesso ha affermato che la nascita di quelle idee che gli hanno valso il Nobel coincide con il periodo delle sue arrampicate. Così è suggestivo immaginarlo, mentre si allena sul suo famoso traverso all’università di Cambridge oppure sale la sua fessura in Valle dell’Orco, coniugare impossibili leggi della Fisica con gli impossibili equilibri dell’arrampicata. E’ anche per questo che a Kosterlitz va di diritto il Climbing Ambassador “Per averci insegnato e dimostrato ancora una volta che le grandi passioni - come quella che lui ha per l’arrampicata - sono fondamentali per la nostra vita e la nostra crescita”.

domenica 18 giugno 2017

sabato 17 giugno 2017

DI TOMMY CALDWELL


Perché la free solo di Alex Honnold su El Capitan mi ha fatto paura. 


 
Alex Honnold una volta mi ha confidato che da qualche parte nel suo furgone, seppellito sotto centinaia di fogli tra schede di allenamento e relazioni di vie, ha una elenco di traguardi da raggiungere. In cima a questa lista ci sono due lettere, "FR", che stanno per Freerider, la via più famosa sulla parete di quasi mille metri [3000 piedi, 914m] di El Capitan. La via è molto al di sotto del limite di Alex, ma il suo obiettivo era di scalarla in free solo - cioè senza corda - una cosa mai tentata prima.
Immaginavo che ci avrebbe provato prima o poi, ma non sapevo se incoraggiarlo ad andare avanti con il suo piano o se dissuaderlo dal correre quel rischio. Lo avrei visto compiere un atto di maestria, una pietra miliare per la nostra generazione, o giocarsi un round alla roulette russa? Nella nostra comunità di scalatori, Alex è quello che più di chiunque altro ha portato in primo piano le discussioni sul rischio. Qualcuno potrebbe pensare che, come suo amico intimo ed El Capitan-dipendente io stesso, potrei avere un’idea di cosa significhi scalare in free solo Freerider. E invece no. Nessuno ce l’ha, eccetto lui.
Sabato 3 giugno, Alex si è svegliato nel suo furgone alle prime luci dell’alba. Ha guidato con calma nella Yosemite Valley e senza null'altro che scarpette d'arrampicata e sacchetto della magnesite, ha cominciato l’ascesa su El Cap. Il cielo è azzurro, non c’è vento. Nonostante avessi passato parte della settimana precedente a Yosemite per aiutarlo con gli ultimi preparativi, poi sono tornato a casa mia in Colorado, a giocare con i miei bambini e a cercare di non riflettere troppo su quello che Alex stava per fare, perché era un pensiero davvero spaventoso.
Leggendo i titoli dei giornali è facile incappare nei cliché sugli arrampicatori - che siamo degli scapestrati, a caccia del brivido, drogati di adrenalina. Niente di più utile per provocare una serie di conati alla maggior parte di noi. Arrampicare significa avere una relazione profonda con alcuni degli ambienti più suggestivi del mondo, non un presuntuoso tentativo di soverchiarli. Non posso vantarmi di conoscere tutto quello che passa per la testa di Alex, ma una cosa la so di sicuro: lui scala per vivere, non per sfidare la morte.
Credo che Alex abbia scalato, passo dopo passo, più roccia tecnicamente difficile di chiunque altro nella storia. Ha ripetuto Freerider almeno una dozzina di volte, provando i passaggi più difficili al punto da poterli fare bendato. Ma scalare in free solo è più una questione mentale che fisica. Oltre a fattori ovvi come l’esposizione vertiginosa e vari imprevisti (pensate a una presa che si rompe, o a un uccello che vola via da una fessura), la scalata su granito richiede una tale precisione da non poter essere affrontata se non in completa lucidità.
Alex mi ha raccontato che non è mai volato all’improvviso - cioè senza avere avuto prima la sensazione che stesse per accadere. Quando gli ho risposto che a me è successo almeno dieci volte, mi è sembrato confuso, come se non gli tornasse qualcosa. Poi mi ha chiesto perché non scalavo in free solo. "Sarebbe così facile per te, sai che non cadresti mai su un 7a", mi ha detto. Ogni tanto parlavamo di Freerider, sapevamo entrambi che per lui significava raggiungere il suo obiettivo più ambito. Ma si era sempre mostrato titubante. Ci sono alcuni punti su cui non si sentiva sicuro, e troppe persone si aspettavano che la affrontasse. Lui invece voleva farlo per se stesso, non per le aspettative altrui.
L’argomento è rimasto latente per anni. Poi l’estate scorsa, durante un nostro viaggio in Marocco, Alex mi ha detto che era pronto a provarci. Ho chiuso gli occhi, fatto un respiro profondo, e gli ho chiesto come potevo dargli una mano. Lui, con la sua solita nonchalance, ha risposto: "Voglio solo vedere se posso lavorarla fino al punto di sentirmi sicuro". Durante il viaggio sembrava spinto da un desiderio profondo che non avevo mai visto in lui. Abbiamo arrampicato così tanto che le dita dei miei piedi sono rimasti insensibili per un mese.
Dopo il Marocco, io sono tornato in Colorado e Alex nello Yosemite per continuare la sua preparazione. Mi sentivo tranquillo per quanto riguardava tutta la faccenda. E poi una notte lo scorso ottobre ho avuto un incubo terribile. Alex che si presentava alla mia porta con gambe e braccia a pezzi. E stava lì a sanguinare sul pavimento e a dirmi che era caduto e troppo imbarazzato per chiamare l’ospedale. Mi sono svegliato senza fiato. Il giorno dopo squilla il telefono. Era Alex che chiamava per dirmi che era caduto facendo un giro di prova su Freerider e si era preso una brutta storta alla caviglia. In quel momento tutto è diventato reale.
Io e mia moglie abbiamo caricato i bambini nel nostro furgone e in 20 ore siamo arrivati allo Yosemite. La caviglia di Alex era così gonfia che sporgeva dal bordo della scarpa. Riusciva a malapena a camminare, ma era comunque convinto di voler fare un tentativo su Freerider. "Continuerò ad allenarmi al trave e a scalare su roba facile finché non guarisce. Forse ce la posso fare prima della fine della stagione". A quel punto non volevo più che ci provasse, mi sembrava troppo.
Un mese dopo, a metà novembre, ha fatto lo stesso un tentativo. Io ero ripartito, non volevo assistere. Mi sono sentito sollevato quando mi hanno detto che ha fatto solo qualche decina di metri prima di rinunciare perché non se la sentiva. (È tornato a terra usando una serie di corde fisse).
Sette mesi dopo, Alex progettava di riprovarci. Sono arrivato allo Yosemite la settimana del Memorial Day [29 maggio N.d.T] e abbiamo fatto un giro su Freerider con la corda. In alto sulla parete, ansimante e sudato con i piedi spalmati su delle scagliette che scricchiolavano al mio passaggio, ho guardato il terreno a 900 metri di distanza e ho cercato di trasferirmi mentalmente nella testa di Alex. Come mi sentirei se fossi senza corda? Onestamente, sapendo che presto avrebbe probabilmente portato a termine l’impresa più importante nella storia del free solo, non riesco a immaginarlo.
Qualche giorno dopo (sabato scorso) Alex ha liberato la via in tre ore e 56 minuti. Le poche persone che ne erano al corrente non hanno sparso la voce, sapendo che lui non voleva trasformarlo in un circo. Ha raggiunto la vetta dove lo aspettavano alcuni amici, poi mi ha telefonato mentre scendeva sul sentiero. Ero al parco giochi con la mia famiglia, in Colorado. Mi ha detto che si sentiva felice come non lo era mai stato, ed era grato a tutti. "Sei arrivato al momento giusto e mi hai dato una mano. Era quello che mi serviva" mi ha detto. "Dì a tua moglie che la ringrazio per averti concesso qualche giorno libero".
La salita in free solo su El Cap era l'impresa più attesa dalla nostra generazione, ma questo solo perché c'era Alex. Sono in pochi quelli con il potenziale di completare un impresa del genere, e purtroppo alcuni di loro non sono più tra noi. In passato avevo definito l’idea come l’equivalente dello sbarco sulla luna per l’arrampicata in free solo. Oggi, a fatto compiuto, credo che sia la definizione più azzeccata. Un momento decisivo per la nostra generazione.
Parlando di controllo mentale, sono convinto che questa sia una delle vette più alte raggiunte nella storia dello sport. Spero che altri vengano inspirati dalle dedizione di Alex per l’eccellenza e l’abilità di vivere senza paure, ma meno dalla sua inclinazione nel prendersi dei rischi. Nel nostro mondo abbiamo già avuto troppe perdite. Parlando di talento, preparazione e padronanza nella scalata, Alex spicca tra tutti. Ha portato un elemento di saggezza in questo tipo di scalata come nessun altro avrebbe potuto fare, e probabilmente non farà mai.

giovedì 15 giugno 2017

mercoledì 7 giugno 2017

martedì 6 giugno 2017

LA STORIA DEI MIEI ORTI SOSPESI

ALEX HONNOLD


HALF DOME -THANK LEDGE

IN CIMA A EL CAP

FREERIDER

FREERIDER

COL GRANDE HONNOLD

TRAINING

HALF DOME - THANK LEDGE


L'avevo conosciuto a Trento e mi è stato subito molto simpatico. Una semplice cena insieme, vegetariano anche lui. Poi tante chiacchiere. Un uomo fuori dal comune in tutto ciò che fa. Bravo Alex.

Alex Honnold sale in arrampicata free solo Freerider su El Capitan, Yosemite

 di 

Il climber statunitense Alex Honnold ha salito in arrampicata solitaria e senza corda la via Freerider su El Capitan, Yosemite, diventando il primo a salire una big wall su El Capitan senza corda.

In quella che viene descritta come "il livello che va oltre l’arrampicata free solo" e "probabilmente la più grande impresa nella storia dell’arrampicata su roccia", sabato 3 giugno 2017 il climber statunitense Alex Honnold ha effettuato l’incredibile free solo della via Freerider su El Capitan in Yosemite. Honnold è così diventato il primo a salire senza corda il famossissimo monolito di granito della Yosemite Valley alto quasi 1000 metri.
La via Free Rider è stata "scoperta” nel 1995 da Alexander Huber, e poi liberata nel 1998 sempre dallo stesso climber tedesco insieme a suo fratello Thomas. Questa big wall è considerata una grande classica dell’alta difficoltà: segue per gran parte la linea della Salathé Wall poi, in alto sulla headwall, evita il tiro chiave di 8b e continua indipendentemente per 4 tiri con difficoltà fino a 5.12d (7c).

Per mettere la salita di Honnold in prospettiva, occorre sapere che nel maggio del 2007 il canadese Stéphane Perron aveva effettuato la prima solitaria in libera della via impiegando sette giorni ma utilizzando la corda. Nel 2013 anche l’olandese Jorg Verhoeven l’aveva ripetuta in solitaria con la corda ma in quattro giorni (non tutta in libera), mentre nel 2016 l’inglese Pete Whittaker, sempre con la corda, aveva salito tutta la via in libera in meno di 24 ore.
Mark Synnott, scrivendo per il National Geographic, ha raccontato che Honnold è partito alle 5:32 di mattina e, salendo rapidamente e costantemente, è sbucato in cima 3 ore e 56 minuti più tardi. Tommy Caldwell, che ha liberato la via più difficile su El Capitan, la Dawn Wall, insieme a Kevin Jorgeson nel 2015, ha descritto la salita di Honnold come "l’equivalente per l’arrampicata free solo del primo sbarco sulla luna." Honnold aveva provato la via in precedenza, l’ultima a fine maggio insieme a Caldwell impiegando soli 5 ore e mezza.
Alexander Huber ha affermato che al momento della sua prima libera nel 1998 "immaginare che un giorno la parete di El Capitan potesse essere salita in free solo era ancora oltre l'orizzonte... Chapeau ad Alex Honnold che l’ha fatto. La sua su Freerider è una salita storica!"
Hansjörg Auer, che nel 2007 ha stupito il mondo con la sua free solo della via Attraverso il Pesce sulla Marmolada in Dolomiti, ci ha raccontato: "Ho grande rispetto per quello che Alex ha appena fatto. E sono veramente felice per lui, perché so come si sente. Posso immaginare che fare questa salita in Yosemite, dove tutto viene amplificato, è stata una cosa molto difficile da affrontare. E penso che sarebbe sbagliato confrontare la mia solitaria del Pesce con Freerider; anche se l’impegno complessivo è simile - lunghezza, altezza ed esposizione - lo stile dell'arrampicata di queste due vie è così diverso. Ogni salita in free solo è semplicemente unica. Complimenti ad Alex!"

lunedì 1 maggio 2017

CIAO UELI


Ueli Steck muore in un incidente all'Everest
30.04.2017 di Vinicio Stefanello

È morto Ueli Steck in un incidente all’Everest. Il corpo del 40enne fuoriclasse svizzero dell’alpinismo è stato ritrovato senza vita vicino al Campo 1 sulla vicina parete Nuptse, dove si stava acclimatando per affrontare uno dei progetti himalayani più incredibili: la traversata Everest - Lhotse.
Secondo The Himalayan Times e diverse altre fonti, Ueli Steck è morto sulla parete Nuptse nei pressi del Campo 1 dell’Everest. Il corpo senza vita del 40enne alpinista svizzero sarebbe stato scoperto da sei soccorritori.
Non si conosce ancora la dinamica dell’incidente; Steck si stava acclimatando per tentare la traversata Everest - Lhotse, e la settimana scorsa aveva già trascorso due notti al Campo 2. Si trovava da solo perché Tenji Sherpa, con cui avrebbe dovuto tentare la traversata, si stava riprendendo da dei congelamenti.
Inutile dire che con Steck se ne va un grandissimo dell’alpinismo, non solo uno dei più grandi degli ultimi 20 anni ma anche di sempre.
Ritratto Ueli Steck, pubblicato il 16/08/2016

Difficile, se non impossibile, descrivere l'alpinismo di questo fuoriclasse svizzero della montagna. E, forse, è anche riduttivo fermarsi a quel Swiss Machine ormai diventato l'appellativo con cui è conosciuto in tutto il mondo. Di sicuro c'è che l'aggettivo più usato per le sue salite è "incredibile". E non solo per i suoi record di velocità che sono il suo "marchio di fabbrica".
Quella di Ueli è soprattutto una storia di passione per la montagna. Di un amore per quelle montagne, in particolare l'Eiger, che l'hanno visto nascere. Una passione che lui interpreta, spessissimo, ad altissima velocità. D'altra parte si potrebbe dire che viene da una immensa, e forse inimitabile, scuola: quella del suo conterraneo Erhard Loretan, un grandissimo dell'alpinismo di tutti i tempi. Ueli, quella determinazione e anche quella velocità, l'ha interpretata a modo suo. Basti guardare alla Nord dell'Eiger e alle sue corse solitarie sulla via HeckmairNel 2007 stupisce tutti salendola in 3h 54' (battendo il precedente record di Christoph Hainz di 4h 30'). Nel 2008 si "migliora" in 2h 47'. Mentre nel 2015 sprinta il tutto in 2h 22'. Pensando ai tempi normali di un forte alpinista (almeno una giornata) è stupefacente. Ma non è certo a questo che Ueli mira. Non è solo questo il suo alpinismo. Val la pena ricordare infatti, per restare all'Eiger, l'apertura nel 2001 di "The Young Spider", la nuova Superdiretissima e una delle vie più difficili della Nord.
Perché non è solo veloce Ueli, è uno che viaggia anche ad altissima difficoltà. Anzi, a guardar bene ha sempre usato i suoi record di velocità per costruire le basi del suo alpinismo di punta. Così i suoi record sull'Eiger, ma anche sulla Nord del Cervino (via Schmid in 1h 56' nel 2009), sulle Jorasses (via Colton-Macintyre in 2h 21' nel 2008 e via Ginat in 2h 8' nel 2010), fanno da contraltare alle sue grandi salite in Himalaya. Spesso solitarie, spesso su cime e pareti inviolate.
Il suo periodo himalayano inizia nel 2001 con una nuova via sul bellissimo Pumori (7161m) con Ueli Bühler. Poi, nel 2005, arrivano le prime solitarie del Cholatse (6.440m) e del Taboche (6542m) nella Valle del Khumbu. Nel 2008 con Simon Anthamatten la nuova via Scacco Matto sull'inviolata parete Nord del Tengkangpoche (6487m) che gli valse il Piolet d'Or. Ricordiamo anche la salita solitaria del 2011 dello Shisha Pangma in 10 ore e 30'. Ma anche le sei vette di 8000 metri salite compreso il gigante dei giganti, l'Everest, che gli ha richiesto due tentativi.
Sicuramente però è la paurosa e bellissima parete Sud dell'Annapurna la sua montagna himalayana, il suo Ottomila da visionario. Quello che l'ha più impegnato e che più ha riempito i suoi sogni, e non solo. L'ha tentata in solitaria per una via nuova già nel 2007 (all'epoca non aveva ancora salito nessun 8000). Quella prima volta fu fermato da una scarica di sassi che l'ha travolto per 300 metri.
Ci ritenta subito dopo, nel 2008, questa volta con Simon Anthamatten... ma quell'anno successe qualcosa di particolare, di doloroso anzi di tremendo. Ueli e Simon abbandonarono il loro tentativo sulla Sud prima ancora di iniziarlo. Risposero alla chiamata di aiuto per soccorrere il forte alpinista spagnolo Iñaki Ochoa de Olza che si era sentito male a 7400 metri. Fu una corsa contro il tempo, un'incredibile ma anche pericolosa gara di solidarietà a cui parteciparono molti alpinisti e sherpa tra cui anche Denis Urubko. Ueli fu l'unico a raggiungere, dopo indicibili sforzi, lo sfortunato alpinista spagnolo. Ma non ci fu nulla da fare, Iñaki gli morì tra le braccia. Un colpo terribile, e una storia di solidarietà in alta quota più unica che rara.
Poi la conclusione del viaggio "impossibile". Nel 2013 per Ueli arriva la pazzesca solitaria sulla Sud dell'Annapurna: 28 ore andata e ritorno al CBA. La linea è quella già tentata dai fortissimi Jean-Christophe Lafaille e Pierre Beghin nel 1992, e terminata con la tragedia, la morte di Beghin e la disperata fuga verso la salvezza di Lafaille. E' un successo che scuote e lascia sbigottito tutto il mondo dell'alpinismo. E' il suo secondo Piolet d'Or. Ueli (che non era partito per una solitaria ma che aveva deciso di proseguire da solo dopo la rinuncia del suo compagna) dirà che è stato possibile grazie alle condizioni perfette della parete. Irripetibile!


venerdì 28 aprile 2017

A TUTTI I BAMBINI



C'era una volta un piccolo villaggio nello paese degli gnomi. Era proprio piccolo e anche povero ma tutti gli gnomi lavoravano l'uno per l'altro e i bambini crescevano belli e sereni. Un giorno però accadde qualcosa. Da quel giorno accadde che più bambini erano diventati silenziosi, cupi e non parlavano con nessuno, nemmeno con i propri genitori. Cos'era successo? Tutti si chiedevano il perché. Eppure qualcosa stava accadendo. Žinžagar, il Grande Gnomo, che girava tutti i villaggi del loro paese iniziò a capire. A volte certi esseri umani si avvicinavano ai loro villaggi e davano leccornie agli gnomoni. Come se volessero comprarsi gli gnomoni. E il Grande Gnomo diceva che poi qualcosa accadeva… e allora prese una decisione. Andò con Ŝvérgula, la sua donna affinché fosse lei a parlare con quei Piccoli. Avevano capito che anche per questo quegli esseri erano pericolosi. Cosa si poteva fare? Forse costruire un muro gigante?
Era quasi inverno e faceva già freddo. Zifulòt era il papà di di una famiglia poverissima. Un giorno, mentre nevicava, andò nel bosco a far legna. Era uno gnomo con molta forza e con l'accetta continuava a picchiare i tronchi che erano a terra. Forse per il freddo alle mani o per una spina che gli era entrata nella mano, la scure gli sfuggì di mano e volò nel torrente. Corse sulla riva e corse verso valle ma solo ogni tanto vedeva il manico uscire dall'acqua. Zifulòt era disperato. Si sedette a terra con i gomiti sulle ginocchia. Si teneva il volto fra le le mani mentre piangeva a dirotto. Pensava a sua moglie e alla sua gnomica che domani sarebbero state al freddo in casa. Improvvisamente udì un sibilo. Che cosa poteva essere? Alzò gli occhi e vide arrivare, a bordo di una scopa… una strega. Lei aveva visto dall'alto cosa gli era successo. Si chiamava Starlüca e si tuffò nell'acqua. Poco dopo era di ritorno con una scure d'oro e chiese a Zifulòt se era quella la scure. Lui le disse no. Allora si rituffò in acqua e dopo un minuto ritornò con un'accetta d'argento. Di nuovo lo gnomo rispose che non era quella. Starlüca ritornò nel fiume e quando ritornò gli occhi di Zifulòt brillavano di gratitudine. La strega salutò lo gnomo con un dolce bacio sulla fronte e gli lasciò anche la scure d'oro dicendogli che forse l'avrebbe potuta aiutare. Zifulòt continuò a fare legna e poco prima del buio tornò a casa stracarico di legna e con le due scuri. Era felice e raccontò di quanto gli era successo. Il giorno dopo ritornò nel bosco per fare altra legna. La scure d'oro gli sembrava più affilata e prese quella. Appena ebbe fatto il primo taglio Zifulòt si stropicciò gli occhi. Poi gli riaprì e rimase di stucco. Il pezzo che aveva tagliato era d'oro e… quanto pesava… Allora fece un altro taglio e anche l'altro pezzo si trasformò in oro. Ma cos'era accaduto? Zifulòt lasciò la scure e corse dal Grande Gnomo e gli raccontò la storia del giorno prima e di poco fa. A Žinžagar venne un'idea aurea e disse allo gnomo: "Ma se tutto il legno secco si trasforma in oro potremmo costruire un grande muro così non entrerà più nessun umano!". In pochissimo tempo si radunarono tutti gli gnomi del loro mondo e iniziarono i lavori. La scure funzionava sempre allo stesso modo. Tutto d'oro. Quando ebbero finito dopo diversi giorni di duro lavoro il muro era incredibilmente bello. Fuori era d'un lucido incredibile tanto che gli umani non si potevano avvicinare per il troppo riverbero e per la luce troppo forte che il muro emanava. Alla parete interna fecero un trattamento perché fosse opaco. Ci volle molto tempo per curare i bambini molestati dagli umani ma poi anche loro capirono e si dimenticarono. Fecero anche una grande festa per ringraziare Zifulòt e vissero tutti felici e contenti. 



















venerdì 31 marzo 2017

EFFETTO CERRO TORRE

Non è un effetto creato col computer. Semplicemente un sasso gettato in acqua nella Laguna Torre

GITA ALLA SALAGADA

mercoledì 15 marzo 2017

CIAO ROYAL

Royal Robbins durante l'apertura della Salathé Wall, El Capitan, salita nel 1961 insieme a Tom Frost e Chuck Pratt. All'epoca fu considerata la big wall più difficile al mondo.
Fotografia di Royal Robbins collection
Royal Robbins durante la prima salita di Nutcracker sulla Ranger Rock in Yosemite. Questa via - la prima ad essere con nuts - ha segnato l'inizio della rivoluzione del clean climbing
Fotografia di Royal Robbins collection
Royal Robbins, Tom Frost e Chuck Pratt dopo la prima salita della Salathé Wall, El Capitan
Fotografia di Royal Robbins collection
Liz Robbins e Royal Robbins in cima a Half Dome, Yosemite
Fotografia di Royal Robbins collection

Addio a Royal Robbins, una leggenda dell'arrampicata

di

Il 14 marzo all’età di 82 anni è scomparso Royal Robbins, uno dei più forti arrampicatori statunitensi degli anni ’60 e ’70 ovvero del periodo che è conosciuto come la "Golden Age" dell’arrampicata nella Yosemite Valley. Robbins è stato uno dei pionieri dell’arrampicata clean, cioè senza chiodi a pressione e chiodi, ed è stato uno dei sostenitori più importanti dell’arrampicata trad e della necessità di preservare la roccia.


Nato il 3 febbraio del 1935 a Point Pleasant in West Virginia ma poi cresciuto a Los Angeles, all’età di 14 anni Royal Robbins, da boy scout, ha avuto il primo contatto con la natura e le selvagge montagne della High Sierra. Questa esperienza è stata fondamentale e ha segnato l’inizio del suo amore - che poi è durato tutta la vita - per la natura e l’outdoor. Durante questo viaggio ha iniziato anche ad arrampicare ed in seguito ad una caduta si è iscritto al Sierra Club, il famoso club dell’arrampicata di Los Angeles dove ha incontrato altri giovani arrampicatori come Yvon Chouinard, TM Herbert e Tom Frost che negli anni a venire avrebbero scritto pagine importanti dell’arrampicata statunitense.
Dopo un apprendistato passato a ripetere svariate vie esistenti, tra le quali nel 1952 spicca la seconda salita della parete nord della Sentinel Rock a Yosemite considerata una della più difficile vie degli USA all’epoca, Robbins ha messo a segno il suo primo grande colpo nel 1957 con l’apertura della Regular Northwest Face sull’ Half Dome. Questa salita, effettuata in cinque faticosi giorni nel giugno del 1957 insieme a Jerry Gallwas e Mike Sherrick, all’epoca è stata considerata la più difficile big wall del Nord America, tanto che fu la prima via ad essere gradata VI.
Nel 1960 insieme a Joe Fitschen, Chuck Pratt e Tom Frost ha effettuato la seconda salita di The Nose su El Capitan in soltanto sette giorni (Warren Harding aveva impiegato 45 giorni sparsi su 18 mesi), mentre è nel 1961 che è arrivato forse il suo capolavoro assoluto: la prima salita della mitica Salathé Wall su El Capitan. Aperto in 9 giorni e mezzo, insieme a Chris Pratt e Tom Frost, questo autentico monumento dell’arrampicata è forse la big wall più logica della parete. Ma è soprattutto lo stile dell’apertura che aveva letteralmente lasciato tutti a bocca aperta: corde fisse soltanto nel primo terzo della via, seguite poi da un’unica spinta verso l’alto, immersi nella grande incognita di una parete tutta da scoprire, con soli 13 spit utilizzati invece dei 125 usati tre anni prima da Warren Harding, Wayne Merry e George Whitmore per aprire The Nose. Uno standard in termini di stile assolutamente altissimo lasciato in eredità per le future generazioni.
Negli anni a seguire per Royal Robbins sono arrivate numerose altre prime salite, tra cui citiamo la North Wall di Sentinel Rock nel 1962 e la Direct Northwest Face di Half Dome nel 1963, ma anche la famosa Diretta Americana aperta nel luglio del 1962 sulla parete Ovest del Dru nel massiccio del Monte Bianco insieme a Gary Hemming e che è stata descritta da Robbins come "la migliore via che abbia mai salito in ambiente alpino." Un’esperienza che poi l’ha fatto ritornare sulla stessa montagna nell’agosto del 1965 per aprire la Direttissima Americana insieme e John Harlin.
Tutte queste salite sono stati segnate da un uso estremamente limitato di chiodi e chiodi a pressione, il vero Leitmotif dell’arrampicata di Robbins. Tanto che nella primavera del 1967 insieme a sua moglie Liz Robbins è poi arrivato un altro momento fondamentale per l’evoluzione dell’arrampicata come la conosciamo oggi: l’apertura della via Nutcracker Suite sulla Ranger Rock. Oggi considerata una grande classica dello Yosemite, è stata la prima via della valle ad essere stata salita senza chiodi e chiodi a pressione, ma invece soltanto con l’uso dei nuts - all’epoca assolutamente una novità. Una salita che ha dato il via alla rivoluzione dell’clean climbing, l’arrampicata che conosciamo oggi come arrampicata trad.
Nella primavera del 1968 Robbins ha superato se stesso effettuando in dieci lunghi giorni la prima solitaria di El Capitan lungo la via Muir Wall. Questa salita, la prima solitaria di una via gradata VI, ha coronato dodici anni di attività nello Yosemite. Sempre nel 1968 insieme a sua moglie Liz - che per inciso ha effettuata la prima femminile dell’Half Dome nel 1967 - è stata creata l’azienda "Mountain Paraphernalia" che poi si sarebbe presto trasformato in "Royal Robbins", una delle aziende leader dell’abbigliamento outdoor.

Negli anni successivi Robbins ha praticato con grande passione e talento il kayak. A chi gli domandava se queste discese ed avventure in kayak potessero essere paragonate alla sua esperienza con l’arrampicata, Robbins aveva risposto "No. Le amo moltissimo, e mi danno molte soddisfazione, ma sono in primis, e fino alla fine, un arrampicatore. Arrampicherò finché muoio, sarà l’ultima cosa che smetterò di fare."



martedì 7 marzo 2017

L'ELICOTTERO CADUTO A CAMPIGLIO



Il sopravvissuto: «Non si vedeva più niente, abbiamo battuto sulla roccia»

Il copilota Fulgido Ferrari ha estratto gli altri membri dell’equipaggio: il tecnico era finito con la faccia nella neve



TRENTO. «Proprio mentre stavamo verricellando c’è stato l’effetto whiteout. Era tutto bianco e non si vedeva niente. Siamo andati a sbattere con il muso contro uno spuntone di roccia e siamo precipitati sul fianco destro. Saremo stati a 15, 20 metri di altezza». Fulgido Ferrari era il copilota dell’Agusta, l'elicottero di Trentino Emergenza precipitato domenica sotto cima Nambino, a quota 2.500 metri, mentre soccorreva una coppia di scialpinisti. Ferrari sedeva accanto al pilota Andrea Giacomoni. In condizioni di visibilità non ottimale sugli elicotteri del 118 sale anche un copilota che aiuta il pilota ad orientarsi, come spiega il comandante del corpo permanente dei vigili del fuoco Ivo Erler. Ferrari, la pelle cotta dal sole di chi è sempre in montagna e una fasciatura al dito a testimonianza del fatto che ha dovuto rompere un finestrino per estrarre il medico di bordo Matteo Zucco, è sempre rimasto saldo e ha contribuito a salvare il resto dell’equipaggio. Tutti, al nucleo elicotteri, gli fanno i complimenti e gli danno delle gran manate sulle spalle. Il comandante del nucleo Elicotteri, Bruno Avi, ha lo sguardo tra il commosso e il sollevato. I piloti sono tutti accorsi, anche quelli non in servizio. C’erano anche l’ex responsabile Claudio Bortolotti, Luisa Zappini e tanti altri. Tutti gli fanno i complimenti, ma con la schiettezza della gente di montagna avverte bonoriamente: «Oh, non chiamatemi eroe, che non è vero. Sono stato solo fortunato».
Il suo è un racconto tutto d’un fiato: «Siamo stati chiamati per un soccorso valanghe. Sapevamo che non c’era una bellissima visibilità e per questo siamo saliti dalla val Rendena, invece normalmente si attraversa il Brenta. Siamo arrivati a Campo Carlomagno, siamo andati sul posto dalla zona Pradalago e siamo saliti. E lì il cielo era aperto. Sopra era sereno. Abbiamo individuato subito i due scialpinisti. Prima abbiamo provato a fare un overing, ci siamo avvicinati al terreno per scaricare il personale. Ma non è stato possibile farlo perché con le pale si sollevava troppa neve e non si vedeva niente. Per questo ci siamo alzati e abbiamo fatto un altro giro sopra e abbiamo deciso di usare il verricello. Sono scesi insieme il tecnico dell’elisoccorso Matteo Marsilletti con il tecnico cinofilo Roberto Barbolini con il cane».
Niente poteva far pensare a quello che stava per accadere: «A questo punto c’è stato il whiteout totale. Non abbiamo più avuto punti di riferimento, ci siamo spostati senza accorgercene e siamo andati a picchiare con il muso su una sporgenza rocciosa che non si vedeva. I due scesi con il verricello erano già a terra e noi spostandoci ce li siamo trascinati dietro per 20 o 30 metri. Abbiamo battuto. L’elicottero si è ribaltato sul fianco destro ed è caduto. Quando siamo precipitati, mi sono guardato in giro e ho visto subito il pilota che era giù in mezzo alla neve, un po’ stordito, mentre io ero su in alto. Ho spento i motori, ho spento il carburante perché il pilota non ci arrivava proprio. Mi sono sganciato, ho aiutato il pilota a rialzarsi, a farlo reagire perché dovevamo essere in due ad aiutare gli altri. Poi, sono saltato dietro. Il medico l’ho visto subito legato con entrambe la braccia fratturate. Ho spaccato il finestrino e l’ho tirato su e l’ho portato all’esterno. Poi sono saltato dentro e ho cercato il tecnico Andrea Gueresi che non si vedeva più. Anche l’infermiera, Cristina Facinelli, lo chiamava ad alta voce e lui non si vedeva. Alla fine ho scavato tra i vetri rotti e ho trovato il sedere di Andrea. Con le mani sono risalito per tutto il corpo per andare fino alla testa e liberarla. Aveva la faccia nella neve, il casco incastrato e l’elicottero sulla schiena. Io Cristina abbiamo liberato la testa di Andrea che era incastrata nel casco che era schiacciato. Abbiamo provato a vedere se aveva traumi, ma bisognava tirarlo fuori perché si vedeva fumo venir fuori dal motore. Perciò bisognava liberarlo immediatamente. Ho fatto un buco sotto l’elicottero, a valle e l’ho tirato fuori da lì. L’ho portato all’esterno. Poi ho preso il medico e l’ho tirato lontano dal motore. Nessuno è stato sbalzato fuori. Solo il tecnico, che era sul portellone per verricellare, è stato buttato all’esterno dell’elicottero e si è ritrovato sotto, con la faccia a terra e l’elicottero sulla schiena. I due che erano scesi con il verricello si erano fermati sulla neve senza problemi e sono venuti ad aiutarci a mettere il medico e Andrea nella posizione giusta. Loro due erano quelli ad avere i problemi maggiori. Poi, il mio compito è stato quello di calmare un po’ tutti, forse perché riesco a tenere il sangue freddo. A colpi prendevo a sberle uno, a colpi un altro e li ho calmati».
Il comandante Erler lo ha ascolta sospeso tra il sollievo e la stanchezza. Sente che è stato un miracolo: «Siamo stati molto fortunati a riportare tutti a casa. In questa situazione avrebbe potuto accadere di tutto». In serata al Nucleo è arrivato anche il pilota Andrea Giacomoni che spende solo poche parole. La sua voce tradisce un grande sollievo: «Sono stato all’ospedale, ma
per fortuna sto bene. Non ho niente. Non sapete proprio quanto sono contento che sia andata così». L’infermiera Cristina Facinelli ha affidato la sua gioia per lo scampato pericolo a Facebook: «Grazie a tutti sto bene davvero giuro!!! Non riesco a rispondere a tutti grazie di cuore».