giovedì 31 marzo 2016

MADONNA DI CAMPIGLIO - 1875

MADONNA DI CAMPIGLIO - 1875

Madonna di Campiglio fu lanciata turisticamente nella seconda metà del 1800 da un certo Giambattista Righi di Strembo.

Nel 1868 egli acquistò per 40.000 fiorini l’intera sostanza dell’ex-monastero di Santa Maria di Campiglio appartenente alla mensa capitolare di Trento. Al posto dei fatiscenti fabbricati del vecchio ospizio stretti attorno ad una chiesa tardo medioevale, egli eresse un primo albergo, lo Stabilimento Alpino, destinato ad accogliere i primi turisti della montagna.
  
Nel 1875 intraprese a proprie spese la costruzione della strada che collegava i centri  dell’Alta Val Rendena e Pinzolo con Madonna di Campiglio: erano necessarie tre ore per percorrerla in carrozza.

L’ospitale – da hospes, ospite – per pellegrini e viandanti, acquistato dal Righi, era stato fondato alla fine del XII secolo da un certo Raimondo, un laico travagliato da inquietudini spirituali. Costui scelse l’allora Campei o Ambino, un “luogo deserto… dove non cresce biada alcuna né vino né altro frutto… ai confini tra la Valle di Sole e Rendena”; vi costruì un riparo, lo dotò di una cappella dedicandola a Maria Vergine, ben presto affiancato da altri monaci nella sua missione di accoglienza ed espiazione.

I luoghi erano in antico zona di passaggio di commercianti di bestiame, di legname, di ferro, di vino, di sale e di derrate che salivano dalla Pianura Padana diretta in Val di Sole e Non (e viceversa) per i loro traffici o che preferivano evitare i pesanti dazi imposti lungo la principale arteria della Val dell’Adige.

L’ospizio, dunque, composto da una chiesetta e da un ospedale, fu ingrandito sotto la protezione dei Principi Vescovi di Trento, ma conobbe un’inarrestabile decadenza che lo condusse alla soppressione nei primi del Cinquecento. Nel 1706 fu incorporato nel patrimonio del Capitolo della Cattedrale di Trento a cui rimase fino al 1868 tra l’incuria e il disinteresse.
L’avventura imprenditoriale di Giambattista Righi fu portata avanti da Franz Josef Oesterreicher, già proprietario del Grand Hotel Trento, il quale subentrò nella proprietà di Campiglio nel 1882. Si diceva di lui che fosse figlio illegittimo dell’imperatore d’Austria e Ungheria, Francesco Giuseppe, di cui portava lo stesso nome. Egli trasformò Madonna di Campiglio nel ricercatissimo luogo di soggiorno per la nobiltà e la ricca borghesia austriaca e mitteleuropea

Tra i suoi ospiti, nel 1889 e nel 1894, ebbe addirittura la principessa Sissi e l’imperatore Francesco Giuseppe che trascorsero qui lunghe giornate, passeggiando per i boschi, raggiungendo i laghetti attorno a Campiglio e dedicando spensierate serate ai walzer e a ristretti incontri con il loro entourage. 

La fine dell’Ottocento coincise con il periodo dell’alpinismo pionieristico che destò l’interesse degli appassionati soprattutto inglesi e tedeschi, accompagnati dalle prime guide locali e dai cacciatori di camosci. 

mercoledì 30 marzo 2016

EVEREST CON GLI SCI

The Man Who Skied Down Everest, Yuichiro Miura e quella prima volta con gli sci sull'Everest

The Man Who Skied Down Everest, il film Premio Oscar 1976 per il documentario che racconta l'incredibile storia di Yuichiro Miura e della prima volta che un uomo sciò sull'Everest, ci riporta ad altri tempi e ci restituisce intatta l'essenza dell'avventura ma anche di un alpinismo inteso come visione e scoperta dei propri limiti. Recensione di Vinicio Stefanello. 

Lo sanno bene gli alpinisti ma anche i freerider. C’è un attimo in cui si sta sospesi tra ciò che è stato e ciò che sarà. Dopo, nulla potrà essere uguale a prima. 6 maggio 1970, un uomo è al Colle Sud dell’Everest a 8000 metri di quota. Ai piedi ha un paio di sci, sulla schiena un paracadute. Sotto di lui c’è il vuoto. Uno “scivolo” a 40/45° che punta dritto all’abisso della crepaccia terminale, pronta ad inghiottirlo per sempre. In mezzo ci sono 2400 metri di neve ma soprattutto di insidiosi lastroni di ghiaccio da cui emergono, qua e là, rocce alte come un condominio. E’ una sfida, anzi è un’idea folle: nessuno può sapere come andrà a finire.

Quell’uomo è Yuichiro Miura, ha 37 anni, è giapponese e quella è la prima volta che qualcuno tenta di sciare sull’Everest. Pensiamo a quell’istante. Yuichiro ora è lì. Dopo mesi di preparazione. Allenamenti. Sacrifici, sogni e anche incubi. E’ lì, dopo una spedizione durata quasi tre mesi e costata la vita a 6 sherpa. E’ lì e deve decidere se oltrepassare quell’asticella, quel limite che porta all’azione. Ora nessuno può aiutarlo. Ecco, forse è in quell’attimo sospeso prima del “salto” che si può intuire, se non comprendere, la pazzia e insieme la grandezza di una visione. Ed è proprio quell’attimo, ma anche e soprattutto come si è arrivati a quell’attimo, che racchiude tutta la bellezza e tutto il senso di The Man Who Skied Down Everest, il film che racconta la storia di quella prima volta con gli sci sull’Everest. Un film davvero imperdibile, firmato da Bruce Nyznik e Lawrence Schiller, che non a caso ha vinto l’Oscar come miglior documentario nel 1976.

Yuichiro Miura poi si è lanciato veramente verso quell’ignoto. Quella sua incredibile e drammatica discesa a 160 km/h è durata poco più di 2 minuti. Come un soffio lungo un’eternità che racchiude una vita. Un attimo che ha in sé, appunto, anche tutto quello che c’è stato prima e, in parte, anche quello che verrà dopo. Per questo “The Man Who Skied Down Everest” non può fare a meno di raccontare quel lento avvicinamento al momento fatale intrecciando la storia personale e la visione di Miura a quella della grande spedizione che parte da Katmandhu per raggiungere l’Everest. Quasi 300 chilometri da percorrere a piedi, 800 portatori nepalesi impegnati, 27 tonnellate di materiale da trasportare a spalle tra cui le pesanti macchine da presa che daranno vita al film. Una storia, ma anche un Nepal e un Everest, d’altri tempi. Che ci riporta ad altri tempi. Quando dell’altissima quota si sapeva poco o nulla e andare sull’Everest era “come andare sulla luna”. Lo testimonia il breve ed intenso incontro (una vera chicca del film) di Miura con Edmund Hillary, primo salitore insieme a Tenzing Norgay della montagna più alta nel 1953. Ma anche il fatto che questa avventura con gli sci anticipa di ben otto anni la prima salita senza ossigeno dell’Everest da parte di Reinhold Messner e Peter Habeler. Per non parlare poi degli sci, degli scarponi e dei materiali… quasi da preistoria.

Anche questa prospettiva storica, questa possibilità di vedere un mondo che non c’è più, rappresenta uno dei lati più interessanti del film. Come d’altra parte la tragedia dei sei sherpa morti mentre attrezzavano l’Ice Fall, anticipa e rispecchia quella che ai nostri giorni è un’attualità e un problema sempre più incombente. Ma soprattutto “The Man Who Skied Down Everest” è una grande storia che racconta - con immagini di rara bellezza - l’essenza (o forse l’ossessione) degli alpinisti e dei limiti che cercano di superare. “E’ stata una vittoria o una sconfitta?” si domanda Yuichiro Miura alla fine. La risposta naturalmente non c’è. Di sicuro però il suo cammino non si è fermato. A 80 anni, il 23 maggio 2013, ha raggiunto per la terza volta la cima dell'Everest. L’aveva già fatto nel 2003 all’età di 70 anni e poi nel 2008 a 75 anni. Come dire: il viaggio dell'uomo che sciò l'Everest non finisce mai.
Mia nota. Guardiamo gli scarponi che aveva e gli attacchi. Anch'io a quell'epoca avevo scarponi simili. Niente a che vedere con quelli d'oggi. Un Tipo molto tosto...

lunedì 21 marzo 2016

PRIMAVERA

Che la primavera vi sorrida!


mercoledì 9 marzo 2016

martedì 8 marzo 2016

venerdì 4 marzo 2016

100 ANNI FA

Hielo Continental

Alfred Kölliker e Lutz Witte

Cerro Huemul


Giornata da non dimenticare. Il 23 febbraio 1916 Alfred Kölliker, Fritz Kühn, Lutz Witte salirono la cima nord del Cerro Huemul. Grande contributo quello di Alfred Kölliker che con la sua esplorazione, mappatura e fotografia pubblicò la prima "guida" della zona. 484 pagine che descrivono in dettaglio tutto ciò che esplorarono. Kölliker e Witte fecero anche la prima esplorazione dello Hielo Continental entrando dalla Valle del Rio Tunnel e superando il Paso del Viento per poi raggiungere il Paso Moreno scoprendo così il Cordon Mariano Moreno. Avevano una slitta con sci alla base e un peso di 150 chilogrammi.

mercoledì 2 marzo 2016