domenica 13 aprile 2014

giovedì 10 aprile 2014

lunedì 17 marzo 2014

CIAO MARCO...


Marco Anghileri ci ha lasciati. L'avevo sentito non tanto tempo fa. E anche lui mi ha lasciato… 
 Marco Anghileri 'Butch', 41enne, grande alpinista lecchese del gruppo Gamma, conosciutissimo, amato e stimato da tutto il mondo della montagna è morto sul Pilone Centrale del Monte Bianco. Il recupero del corpo da parte del Soccorso alpino valdostano è avvenuto questa mattina. Marco era partito da casa sua, da Lecco, martedì della settimana scorsa. Solo a pochissimi amici aveva confidato la meta: il Pilone centrale del Frêney sul Monte Bianco. Voleva tentare la prima solitaria invernale di una via difficile, anzi mitica, di quelle che hanno fatto la storia: la Jöri Bardill. Una linea aperta, nel 1983, a sinistra della storica via classica, da Michel Piola, Pierre-Alain Steiner e Jöri Bardill. Una salita che ha rappresentato, e rappresenta ancora, un manifesto dell'alta difficoltà nel "tempio" dei Piloni del Monte Bianco. Mercoledì, dopo aver pernottato al Rifugio Monzino, Marco era salito all'Eccles. Poi, giovedì, era già sul Pilone... e saliva bene, da par suo. Tanto che la vetta, e insieme la fine dell'avventura, era prevista per il giorno dopo, venerdì. Invece di lui non si è saputo più nulla. L'elicottero del soccorso alpino ha individuato il suo corpo sotto la direttrice del Pilier Dérobé. Forse Marco è caduto dalla Chandelle. Oppure era uscito dalle difficoltà. Era in vetta al Pilone Centrale. Poi... forse se l'è portato via una raffica di vento. O forse, chissà... Come sempre non c'è certezza, e ci si perde in mille dubbi. In quei milioni di se che non possono avere risposte. In quelle maledizioni che vien voglia di scagliare contro il cielo, contro tutto e tutti. E vien voglia di dire che non è giusto. Che è tutto assurdo... tutto sbagliato. Poi però se ripensi a Marco. A quante volte hai parlato con lui di queste cose. Se ripensi al suo sorriso da eterno bravo ragazzo. A quella sua passione innata e quasi spropositata per l'alpinismo. A quel suo entusiasmo coinvolgente. Allora non puoi fare a meno di immaginartelo nella sua ultima notte di bivacco sotto la Chandelle, l'ultima difficoltà. Lo pensi sotto quel cielo. Disteso su quel nido di roccia affacciato sul mondo. E sai che è proprio lì che voleva essere. Senti che quello era il suo posto. Quello che voleva. Riesci a vedere il suo sorriso inconfondibile. Quasi riesci a catturare anche i suoi sogni. Avrà sicuramente pensato alla famiglia, a sua moglie, ai suoi bambini. E avrà pensato alle mille cose della vita. Da lassù, come spesso succede agli alpinisti, forse gli saranno sembrate più chiare. E poi magari avrà anche pensato a quanto si era allenato per questa salita. A quello che avrebbe fatto il giorno dopo. Alla vetta. Alla corsa verso casa, al grande abbraccio ai suoi figli. Alla felicità. L'aveva fatto tante e tante volte. Perché era un uomo forte e sensibile Marco. Ed era un alpinista. Un grande alpinista, uno dei migliori. Anche se non lo dava a vedere. Anche se spesso minimizzava quello che faceva. Sarà che quella passione per le montagne, ereditata dal nonno Adolfo e da papà Aldo, ce l'aveva nel sangue da sempre... Di lui si ricorderanno sicuramente le salite. Quasi sempre in solitaria, molte volte in prima invernale. Basta scorrere il suo curriculum per rimanere a bocca aperta. Sono tantissime, moltissime importanti, nelle Dolomiti come nelle sue amate Grigne. Ma di Marco non si può scordare anche il coraggio che ha avuto nella vita. La forza di superare la perdita, per un terribile incidente stradale, dell'amato fratello Giorgio. E la forza di sconfiggere anche quella che, a un certo punto, sembrava essere diventata una maledizione: i suoi due incidenti stradali. In particolare il primo che sembrava avergli precluso per sempre la possibilità di scalare. Marco ne è venuto fuori lottando, con una caparbietà incredibile, per riconquistarsi quella passione senza la quale non riusciva a vivere. Negli ultimi anni era ritornato alle sue salite solitarie quasi in punta di piedi, tanto che a volte si faceva fatica a convincerlo di pubblicarle, di darne notizia. Poi, però, cedeva... e di quei récit d'ascension gli siamo tutti grati. Lui aveva la capacità di emozionarsi in montagna e di far emozionare chi leggeva o ascoltava i suoi racconti. Ci mancheranno quelle emozioni. Ci mancherà soprattutto Marco. Mancherà a molti... abbiamo perso tutti un amico. Vinicio Stefanello Marco Anghileri ci ha lasciati. L'avevo sentito non tanto tempo fa. E anche lui mi ha lasciato... Marco Anghileri 'Butch', 41enne, grande alpinista lecchese del gruppo Gamma, conosciutissimo, amato e stimato da tutto il mondo della montagna è morto sul Pilone Centrale del Monte Bianco. Il recupero del corpo da parte del Soccorso alpino valdostano è avvenuto questa mattina. Marco era partito da casa sua, da Lecco, martedì della settimana scorsa. Solo a pochissimi amici aveva confidato la meta: il Pilone centrale del Frêney sul Monte Bianco. Voleva tentare la prima solitaria invernale di una via difficile, anzi mitica, di quelle che hanno fatto la storia: la Jöri Bardill. Una linea aperta, nel 1983, a sinistra della storica via classica, da Michel Piola, Pierre-Alain Steiner e Jöri Bardill. Una salita che ha rappresentato, e rappresenta ancora, un manifesto dell'alta difficoltà nel "tempio" dei Piloni del Monte Bianco. Mercoledì, dopo aver pernottato al Rifugio Monzino, Marco era salito all'Eccles. Poi, giovedì, era già sul Pilone... e saliva bene, da par suo. Tanto che la vetta, e insieme la fine dell'avventura, era prevista per il giorno dopo, venerdì. Invece di lui non si è saputo più nulla. L'elicottero del soccorso alpino ha individuato il suo corpo sotto la direttrice del Pilier Dérobé. Forse Marco è caduto dalla Chandelle. Oppure era uscito dalle difficoltà. Era in vetta al Pilone Centrale. Poi... forse se l'è portato via una raffica di vento. O forse, chissà... Come sempre non c'è certezza, e ci si perde in mille dubbi. In quei milioni di se che non possono avere risposte. In quelle maledizioni che vien voglia di scagliare contro il cielo, contro tutto e tutti. E vien voglia di dire che non è giusto. Che è tutto assurdo... tutto sbagliato. Poi però se ripensi a Marco. A quante volte hai parlato con lui di queste cose. Se ripensi al suo sorriso da eterno bravo ragazzo. A quella sua passione innata e quasi spropositata per l'alpinismo. A quel suo entusiasmo coinvolgente. Allora non puoi fare a meno di immaginartelo nella sua ultima notte di bivacco sotto la Chandelle, l'ultima difficoltà. Lo pensi sotto quel cielo. Disteso su quel nido di roccia affacciato sul mondo. E sai che è proprio lì che voleva essere. Senti che quello era il suo posto. Quello che voleva. Riesci a vedere il suo sorriso inconfondibile. Quasi riesci a catturare anche i suoi sogni. Avrà sicuramente pensato alla famiglia, a sua moglie, ai suoi bambini. E avrà pensato alle mille cose della vita. Da lassù, come spesso succede agli alpinisti, forse gli saranno sembrate più chiare. E poi magari avrà anche pensato a quanto si era allenato per questa salita. A quello che avrebbe fatto il giorno dopo. Alla vetta. Alla corsa verso casa, al grande abbraccio ai suoi figli. Alla felicità. L'aveva fatto tante e tante volte. Perché era un uomo forte e sensibile Marco. Ed era un alpinista. Un grande alpinista, uno dei migliori. Anche se non lo dava a vedere. Anche se spesso minimizzava quello che faceva. Sarà che quella passione per le montagne, ereditata dal nonno Adolfo e da papà Aldo, ce l'aveva nel sangue da sempre... Di lui si ricorderanno sicuramente le salite. Quasi sempre in solitaria, molte volte in prima invernale. Basta scorrere il suo curriculum per rimanere a bocca aperta. Sono tantissime, moltissime importanti, nelle Dolomiti come nelle sue amate Grigne. Ma di Marco non si può scordare anche il coraggio che ha avuto nella vita. La forza di superare la perdita, per un terribile incidente stradale, dell'amato fratello Giorgio. E la forza di sconfiggere anche quella che, a un certo punto, sembrava essere diventata una maledizione: i suoi due incidenti stradali. In particolare il primo che sembrava avergli precluso per sempre la possibilità di scalare. Marco ne è venuto fuori lottando, con una caparbietà incredibile, per riconquistarsi quella passione senza la quale non riusciva a vivere. Negli ultimi anni era ritornato alle sue salite solitarie quasi in punta di piedi, tanto che a volte si faceva fatica a convincerlo di pubblicarle, di darne notizia. Poi, però, cedeva... e di quei récit d'ascension gli siamo tutti grati. Lui aveva la capacità di emozionarsi in montagna e di far emozionare chi leggeva o ascoltava i suoi racconti. Ci mancheranno quelle emozioni. Ci mancherà soprattutto Marco. Mancherà a molti... abbiamo perso tutti un amico.

 Vinicio Stefanello

sabato 15 marzo 2014

mercoledì 12 marzo 2014

TRAGEDIA MA FINE FELICE

Brownie

Remo Formaini

la valanga

Cima Sera

Sei giorni a digiuno e all'addiaccio in cerca del padrone. Trovato vivo da Patrik Serafini il cane di Remo Formaini ancora sul luogo dell'incidente.

E' stata una delle cose piu belle che potessero capitare. Quasi un miracolo". Inizia così il racconto di Patrick Serafini, giovane di Vergonzo, frazione del Comune di Comano Terme. Sei giorni fa Remo Formaini di Cavrasto ha perso la vita sotto una valanga a Cima Sera, nelle Giudicarie Esteriori, sul versante che da sulla Busa di Tione. Con lui c'era il suo cane: un border collie di quattro anni, sempre al suo fianco durante le escursioni in montagna.

Il corpo dello sfortunato sci alpinista era stato ritrovato privo di vita sotto un metro e mezzo di neve dalle squadre di soccorso. Del cane nessuna traccia.
«Continuavo a pensare al suo bellissimo cane dato per morto sotto quella montagna di neve, per questo questa oggi sono tornato lassù» racconta Patrick che d'un tratto si è trovato di fronte Brownie, il cane di Remo. «Mentre scendo ai bordi della slavina sento abbaiare: con enorme stupore e felicità vedo venirmi incontro la bestiola spaventata e affamata. E' stata un'emozione fortissima. Quasi non credevo ai miei occhi". "Dopo avergli dato il mio pranzo siamo scesi insieme fino al passo Durone. Mi è saltato in macchina e l'ho accompagno a Cavrasto a casa sua...". E' difficile non nascondere l'emozione dopo un'avventura del genere. Patrick Serafini, anche lui appassionato di montagna, incontrava spesso Remo Formaini con a fianco il suo cane. Quasi un presentimento lo ha spinto lassù, dove sei giorni or sono era successa la disgrazia. Sci ai piedi e pelli di foca ha raggiunto i 1.850 metri di Cima Sera. Lì, ai bordi della valanga, dove la neve ha uno spessore anche di sei metri, la grande sorpresa: Brownie, il border collie di Remo, era vivo. Dimagrito, smunto, affamato, ma in salute. Era rimasto a cercare il padrone per giorni. E ora, quasi rassegnato, alla presenza di una voce amica, lo aveva seguito docilmente sulla via del ritorno. (c.d.s.)

domenica 9 marzo 2014

VALANGHE

Oggi verso le 13 ho visto cadere la valanga dalla cima Lancia. Un bel casino ha fatto. 
La seconda valanga caduta qualche giorno fa è sulle pendici del Doss del Sabion verso la malga Bregn da l'Ors.
CIMA LANCIA

DOSS DEL SABION


martedì 25 febbraio 2014

CATASTROFE IN BRENTA

Il bel rifugio Agostini distrutto dalla neve.

domenica 23 febbraio 2014

mercoledì 19 febbraio 2014

GRANDE IMPRESA PATAGONICA

Tra il 12 ed il 16 febbraio, i fuoriclasse americani Tommy Caldwell e Alex Honnold hanno compiuto al prima “Fitz Traverse”, un concatenamento che ha del pazzesco: Aguja Guillaumet, Aguja Mermoz, Cerro Fitz Roy, Aguja Poincenot, Aguja Rafael Juárez, Aguja Saint-Exúpery e Aguja de l'S. 5 i kilometri percorsi lungo questa linea che tocca le vette delle montagne sopra riportate per 4000 metri di sviluppo e difficoltà fino al 7a (5.11d) C1 65°. I due sono partiti alle 9.45 del 12 salendo la Brenner-Moschioni per raggiungere la vetta dell’ Aguja Guillaumet intorno alle 12.15. Lungo la Cresta Sur hanno quindi raggiunto l’Aguja Mermoz per la via Argentina, completandola intorno alle 17 per poi bivaccare, quattro ore dopo, in prossimità dell’Aguja Val Biois. Il giorno dopo, il 13, con una partenza verso le 8.30 e superata l’Aguja Val Biois hanno raggiunto il colle alla base del Pilar Goretta intorno alle 11.30. Per la Casarotto con la variante Kearney-Knight ne hanno raggiunto la cima per poi partire per il tratto finale che portava in cima al Fitz Roy. Qui hanno trovato condizioni orribili, soprattutto nella parte finale, raggiungendo comunque la vetta intorno alle 2.30 del giorno successivo. Dopo una notte passata appena sotto la cima, hanno raggiunto la Silla intorno alle 12.45 per poi raggiungere l’Aguja Kakito e da qui la base dell’Aguja Poincenot da dove si sviluppa da Potter-Davis, seguendola fino in cima toccata intorno alle 21.15. Il 15, raggiunto il Col Susat per la Judgment Day intorno alle 11.30, hanno salito la Piola-Anker per la cima dell’Aguja Rafael Juarez, toccata alle 14.15, traversando quindi verso l’Aguja Saint-Exupery. Da qui, con uno spezzone di corda rimasta di soli 38 metri, hanno fatto una serie assurda di doppie giù per l’Austriaca per raggiungere il Col de Los Austriacos dove hanno bivaccato per l’ultima notte. La mattina del 16, hanno raggiunto la cima dell’Aguja de l'S intorno alle 8.50 per poi ridiscendere al ghiacciaio per le 10. A parte la nord dell’Aguja Poincenot e il Pilar Goretta, dove hanno effettivamente calzato le scarpette da arrampicata, hanno fatto tutto il resto con le normale scarpe da avvicinamento. Caldwell non era alla prima esperienza in Patagonia, anzi, la sua salita in libera della Linea d’Eleganza sul Fitz Roy è una delle perle della storia della Patagonia; per Honnold invece si trattava della prima esperienza in questo posto strabiliante.  
fonte: Patagonia Vertical

sabato 15 febbraio 2014