lunedì 13 aprile 2015

sabato 11 aprile 2015

venerdì 20 marzo 2015

STEFANIE EGGER

Unica cartolina mandata da Egger dall'Argentina
 Famiglia Egger

Una pittura di Egger (selfie)

Stefanie consegna la piccozza di Egger a Messner per il suo museo

Stefanie, Charlie Buffet e io al monumento di Egger

Monumento di Egger

Stefanie con me

Tomba di Egger fatta dallo svizzero Hans Peter Trachsel

Egger molto giovane
Martedì 17 marzo sono stato in Austria, a Lienz, a incontrare la sorella di Toni Egger. La bella signora, Stefanie, ha 85 anni ed è in perfetta forma. Ero con Charlie Buffet, giornalista di Le Monde e National Geographic. Bellissima giornata.

martedì 10 marzo 2015

SELFIE


Tutti fanno i selfie… e noi chi siamo?

lunedì 9 marzo 2015

NON MI E' PIACIUTO

Cerro Torre, prime salite e menzogne: l’alpinismo è una verità senza testimoni

Marquardt Wocher, 1790, M.G. Paccard sulla via del Monte Bianco l'8 agosto 1786 (Photo Wikipedia)COURMAYEUR, Aosta — Alpinismo, menzogne, verità e polemiche. L’ultima discussione sulla salita del Cerro Torre da parte di Cesare Maestri, che viene messa in dubbio da decenni e ancora torna alla ribalta sui giornali, ha aperto sulla nostra testata una serie di riflessioni su quanto ci si possa “fidare” degli alpinisti, la cui storia è segnata da imprese incredibili ma anche da altrettanto incredibili bugie. Riceviamo e pubblichiamo oggi un bell’editoriale scritto di Gioachino Gobbi, patron di Grivel: il “De veritate” dell’alpinsimo. Che vi lascerà sicuramente con molto materiale su cui riflettere.
“Un antico proverbio cinese recita: quando si devono fare dieci passi, nove sono metà del cammino.  (In Toscana suona: chi di dieci passi n’ha fatti nove è alla metà del cammino. Però la citazione cinese è più culturale e più “figa”.)
Pochi aforismi hanno un riscontro così preciso nell’alpinismo. Inutile raccontare quante volte siamo arrivati a 100 metri dalla vetta, abbiamo preferito lasciare gli ultimi 200 metri perché le condizioni erano troppo inutilmente pericolose, e così via con tutte le spiegazioni possibili che, in fondo in fondo, sottintendono il messaggio: sì, in pratica l’abbiamo fatto!
Ci sono voluti tanti anni perché si avesse una specie di verità sulla prima salita al Monte Bianco sui ruoli di Balmat e di Paccard, l’8 agosto 1786 data considerata l’inizio dell’alpinismo; come più tardi per Bonatti al K2; nel 1838 Henriette d’Angeville venne acclamata come la prima donna a salire sul Monte Bianco (la prima fu in realtà Marie Paradis nel 1808) poi, con grande imbarazzo, si cominciò a dire: la prima donna straniera a salire sulla vetta (lei era francese ed il Monte Bianco apparteneva al Regno di Sardegna dai due lati).
Oggi vedo un nuovo risorgere delle polemiche sul Cerro Torre che in più si tirano dietro l’eterno dilemma della “verità”. Si può rispondere su tre livelli:
1-La storia della salita al Torre
2-La veridicità ed il controllo in montagna
3-La definizione della “verità”
1-Cinquanta anni di polemiche non hanno risolto nulla. Oggi mi chiedo: interessa veramente al mondo alpinistico questa querelle? Secondo me no. Continua ad esistere e a creare interesse solamente perché, attraverso gli interventi, le accuse e le difese si possono vedere e comprendere un po’ meglio la personalità e le caratteristiche degli attori. In altre parole: non interessa la salita ma la reazione di chi partecipa alla sceneggiata.
Kant diceva:  pazienta per un poco; la verità è figlia del tempo, tra non molto essa apparirà per vendicare i tuoi torti. Speriamo avesse ragione perché io sono convinto che questo genere di discorsi e polemiche non servono ad allargare il numero di base degli alpinisti ed a far appassionare più giovani alla montagna ed alle sue molteplici opportunità di esplorazione e di divertimento.
E questo è il vero problema ed il vero futuro!
2-L’alpinismo è una attività senza testimoni. Non si fa in uno stadio davanti ad un gran numero di tifosi, non si fa in teatro davanti ad un piccolo numero di spettatori, spesso non c’è anima viva nel raggio di molti chilometri. La verità è perciò affidata ai protagonisti con le loro caratteristiche più o meno amate e più o meno amabili, e coinvolge quindi  anche l’aspetto etico essendo collegata con l’esigenza di onestà intellettuale, con la buona fede e la sincerità. D’altronde bisogna sempre essere almeno in due perché la verità nasca, uno per raccontarla e l’altro per ascoltarla. E in fondo noi italiani siamo maestri nel  gioco dei contrasti: lui non è affidabile e quindi io lo sono! Le varianti sono infinite: lui non ci è arrivato e quindi io ci sono arrivato, lui non riesce a passare e quindi io passo, lui … bla, bla, bla.
Diceva Joseph Goebbels, il tristemente famoso ministro della propaganda nazista: ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità. Può valere in entrambi i casi, a favore o contro.
Certo non vorremmo che il nostro mondo funzionasse così, ma è l’uomo che funziona così.
Per esempio, nonostante una volta moltissimi  lo credessero, la terra non è piatta. Le stelle non ruotano intorno alla terra. Mangiare un pomodoro non porta alla morte immediata, e  l’uomo  può volare e persino superare il muro del suono.  Per esempio nel nostro mondo negli anni ’50 si credeva fosse impossibile  arrivare in cima ad una montagna di 8000 metri senza ossigeno e non morire!
Forse oggi i moderni mezzi tecnologici, dal GPS ai telefoni satellitari, alle GoPro e chi più ne ha più ne metta, renderanno più difficile nascondere gli insuccessi e contemporaneamente renderanno più facile dimostrare le riuscite. Certo tolgono molto all”avventura”, ma sono i tempi che cambiano e solo in futuro vedremo i pregi ed i difetti di queste innovazioni.
3-Nel terzo punto il discorso si fa molto più difficile e spero di non annoiare i miei venticinque lettori (come diceva il Manzoni).
Si aprono due problemi: il relativismo e l’esperienza personale.
Oggi si considera che la verità sia nella maggioranza dei casi “relativa” e da qui nasce il “relativismo”secondo il quale tutte le verità che ricadono in un particolare ambito sono relative, e ciò comporta che ciò che è vero o falso varia al variare delle epoche e delle culture.
Ad esempio questo vale nelle verità scientifiche che non sono così definitive come spesso si crede. Tante volte quello che riteniamo una verità scientifica ben controllata è qualcosa che, con una strumentazione più raffinata, viene ridotta di portata, e diventa meno universale. Questa “verità” è sostituita da una verità un po’ più profonda.
Nel nostro campo alpinistico abbiamo infiniti esempi di cambiamenti dei giudizi sulle attività alpinistiche ed arrampicatorie. Dalle grandi e pesanti spedizioni nazionali allo “stile alpino”. Il già citato ossigeno. L’utilizzo del  Pervitin ( una amfetamina che veniva distribuita ai soldati tedeschi durante la prima guerra mondiale) da parte di Herman Bhul per la prima salita al Nanga Parbat nel 1953: ma siamo sicuri di poter giudicare quel comportamento con il pensiero di oggi? E lo stile totalmente artificiale con il quale si realizzarono le grandi salite in Yosemite? L’elenco potrebbe essere lungo come la storia dell’alpinismo!
E veniamo all’esperienza personale. Una antica parabola racconta di sei uomini ciechi che vanno a conoscere un elefante. Ognuno di loro tocca una parte diversa dell’elefante e poi descrive agli altri ciò che ha scoperto. Uno degli uomini trovò la zampa dell’elefante e la descrisse essere tonda e ruvida come un albero. Un altro prese la zanna e disse che l’elefante era come una lancia. Il terzo afferrò la coda insistendo nel dire che l’elefante è come una fune. Il quarto trovò la proboscide e affermò che l’elefante è come un grosso serpente. Ognuno descriveva qualcosa di vero e poiché la verità di ciascuno derivava da un’esperienza personale, ognuno continuava ad affermare che sapeva quello che sapeva. Morale:tutti erano in torto sebbene ognuno avesse in parte ragione.
Vorrei terminare con una annotazione bella, che a me ha insegnato molto e che non è abbastanza conosciuta. Il 25 maggio 1955 due alpinisti inglesi George Band e il famoso Joe Brown arrivarono in vetta al Kangchenjunga, la terza montagna più alta della terra dopo Everest e K2. In realtà non arrivarono proprio in vetta ma si fermarono volontariamente alcuni metri sotto la cima: rispettarono una promessa fatta al Chogyal  (Re del Sikkim) di non calpestare la vetta dove le popolazioni locali pensavano vivessero gli Dei. Il Kang rimase dunque inviolato; ma i nostri possono essere considerati i primi salitori?”

Gioachino Gobbi

CHE STORIA INCREDIBILE

Passo Resia, a passeggio con il capriolo.

L'animale è stato "allevato" fin da piccolo dal cane di casa e ora si comporta come lui. Il ragazzo è di Amburgo.

domenica 8 marzo 2015

BUONA GIORNATA A TUTTE

E che sia così anche per i restanti 364 giorni

giovedì 5 marzo 2015

martedì 3 marzo 2015

lunedì 2 marzo 2015

ANCORA LA GRANDE MONTAGNA

Errore o menzogna? Una foto riapre il caso della salita di Maestri e Egger al Cerro Torre

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Il versante est del gruppo del Torre: 2) Cerro Torre; 3) Torre Egger; 4) Punta Herron; 5) Aguja Standhart; 6) Perfil del Indio; 7) Aguja Bífida  (photo Gagea wikipedia commons)
Il versante est del gruppo del Torre: 2) Cerro Torre; 3) Torre Egger; 4) Punta Herron; 5) Aguja Standhart; 6) Perfil del Indio; 7) Aguja Bífida (photo Gagea wikipedia commons)
EL CHALTEN, Argentina – Una foto, quella pubblicata a pagina 65 del libro di Cesare Maestri “Arrampicare è il mio mestiere”. Riparte da qui l’antica controversia sulla salita del 1959 di Cesare Maestri e Toni Egger al Cerro Torre. A riaprire il caso è Rolando Garibotti che, dopo un’attenta disamina dello scatto, è arrivato a sostenere che il luogo fotografato non è quello dichiarato dalla didascalia, a dimostrazione che i due alpinisti non si trovavano sulla parete est della montagna, da cui, in base al racconto di Maestri, sarebbero arrivati in vetta per la prima volta nella storia. A dispetto di quella che secondo l’alpinista italo-argentino è un’evidenza della menzogna, Maestri ha replicato che si è trattato semplicemente di un errore: tipografico e non di memoria. A breve su Montagna.tv la sua esclusiva intervista.
Il caso sta facendo in questi giorni il giro del globo, ripreso con dovizia di particolari da moltissime testate internazionali, non ultima il New York Times. Partiamo dall’inizio. Garibotti, alpinista italo-argentino e tra i massimi esperti mondiali del Cerro Torre e delle montagne Patagoniche ha preso in considerazione una foto pubblicata nel libro di Cesare Maestri, “Arrampicare è il mio mestiere” (Milano, Garzati, 1961): stando alla didascalia, quello fotografato è Toni Egger che scala le placche basse della parete est del Cerro Torre.
“Due anni fa io e Ermanno Salvaterra abbiamo notato quella foto mentre lavoravamo a un libro non ancora pubblicato – scrive Garibotti sul suo sito Pataclimb.com -; io ed Ermanno conosciamo bene quel posto, e ci è stato subito chiaro che quella foto non era stata scattata al Cerro Torre. Quello che rimaneva poco chiaro era l’ubicazione reale. La foto era stata tagliata in modo tale che molto poco del contesto si poteva vedere. Dopo diverse ore di studio delle immagini dell’intera valle, con l’aiuto di Dörte Pietron, abbiamo riconosciuto un tratto caratteristico che combaciava con la foto in questione. Bingo!”
Le due foto a confronto (photo courtesy of Rolando Garibotti www.pataclimb.com)
Le due foto a confronto (photo courtesy of Rolando Garibotti www.pataclimb.com)
“La foto di Maestri di Toni Egger era stata scattata sulla parete ovest del Perfil de Indio – spiega ancora Garibotti -, una piccola torre a nord del Colle Standhardt, tra la Aguja Standhardt e l’Aguja Bífida, sul versante ovest del massiccio, il lato opposto a quello che hanno dichiarato di aver scalato. Questo cosa significa? Nei racconti di Maestri delle spedizioni del 1958 e del 1959, non menziona mai una salita dal lato ovest del massiccio. I 6 giorni, durante i quali Maestri dichiara che lui ed Egger hanno compiuto l’attacco finale al Cerro Torre dalla parete est, sono i soli giorni inspiegabili di tutta la spedizione. Cosa successe veramente durante quei 6 giorni? Questa foto fornisce una nuova evidenza, la prova inequivocabile di un posto nel quale sono stati durante la loro spedizione che, curiosamente, Maestri non ha mai citato. Sicuramente non si trova nelle vicinanze della via che ha affermato di aver scalato, e certamente non è un posto in cui uno potrebbe passeggiare involontariamente. O dimenticarsene”.
Secondo Garibotti è possibile che, constatate le difficoltà della scalata dal versante est del Torre, Maestri e Egger abbiano voluto tentare da ovest, lo stesso versante in cui Walter Bonatti e Carlo Mauri nel 1958 avevano individuato un punto debole della montagna da cui tentare la salita in vetta. Così dai piedi del versante est si sarebbero mossi verso il Colle Standhardt, itinerario oggi diventato tra i più comuni per l’avvicinamento al lato ovest, solo in andata però, perché ripercorrerlo in senso inverso comporta molte più difficoltà. Maestri e Egger non solo l’avrebbero percorso in andata, ma anche di ritorno: una prova tutt’altro che semplice per l’epoca.
Il gruppo del CerroTorre vesrante ovest (photo www.portalgorski.pl)
Il gruppo del CerroTorre vesrante ovest (photo www.portalgorski.pl)
“Nella foto di Maestri si vede Egger che scala sotto la ovest e immediatamente a nord del Colle Standhardt – dice ancora Garibotti -, di sicuro mentre tornavano sul lato est. È stata un’impressionante performance la loro, nella ricerca della via. Dal Colle Standhardt i due hanno affrontato un ritorno giù da pendii carichi di neve ventata e a rischio valanghe, che finiscono in fondo al ghiacciaio del Torre, dove i resti di Egger sono stati ritrovati più tardi. La morte di Toni Egger rimane un mistero. Sulla base di queste nuove informazioni sembra possibile che sia rimasto coinvolto in un incidente durante la discesa dal Colle Standhardt”.
Il confronto tra la foto del libro e quella scattata dall’alpinista italo-argentino lascia pochi dubbi sul fatto che i due luoghi combacino. Tuttavia Maestri ne ha dato una spiegazione diversa da quella che probabilmente si aspettava Garibotti: si è trattato semplicemente di un errore della casa editrice, ha spiegato il Ragno delle Dolomiti. Lo scatto pubblicato a pagina 65 risalirebbe alla spedizione del ’58 e non del ’59, e quello ritratto nell’immagine non sarebbe Toni Egger, ma Luciano Eccher.
“Una didascalia sbagliata – ci ha detto Maestri in un’intervista che tra poco pubblicheremo su Montagna.tv -. Ma non mi interessa più niente… maledetta quella volta che sono andato al Cerro Torre!”.
Il caso insomma, è tutt’altro che chiuso. Oltre a Cesare Maestri, abbiamo sentito Ermanno Salvaterra: a breve online anche la sua intervista.