lunedì 20 ottobre 2014

domenica 12 ottobre 2014

THE END

Indicazione truna

Nicola e Tomas in vetta al Cerro Torre

Tiro di misto difficile

Le incrostazioni sulla ovest della Egger

La cima della Torre Egger

Ultimo fungo

Il tiro più difficile

“Il 27 eravamo in truna tutti e quattro. Eravamo scesi per aiutare Francesco a fare il carico. Il giorno dopo siamo saliti per fare i primi due tiri di Sarchi-Nadali e Dal Prà. Avevamo lasciato una corda ma il vento l’ha spezzata. Speravo davvero ci fosse quella corda. Sul bordo del tetto l’avevamo doppiata ma il vento ha avuto ragione. Peccato…
Contavamo di montare le porta-ledge e dal giorno dopo stare in parete. Avevamo viveri per 25-27 giorni. In alto la parete aveva delle grosse incrostazioni. Un grosso pezzo è caduto molto vicino a Tomas. Si è molto spaventato e ha detto che non vuole lasciarci la pelle su quella parete. Quelle incrostazioni le avremmo sopra le teste per tutta la salita e diversi tiri passano proprio di lì. Siamo tornati alla Cueva Mirtillo (così abbiamo chiamato la truna).
Che fare? Alternativa. Obiettivo! Parete ovest del Torre sulla via dei Grandi Ragni di Lecco. Francesco non aveva voglia così ci ha accompagnati un quarto d’ora. Prima di sera abbiamo raggiungiamo l’elmo e ho trovato un posto di bivacco 5 stelle. Ottima cena. Cielo stellato e solo un filo d’aria. Temperatura -15. Io non ho chiuso occhio per via del mio “sacco a velo”.
E’ il primo ottobre. Le condizioni sono ottime. Abbiamo fretta di raggiungere i funghi per essere al sole. Questo accade verso le ore 13. Però non fa per niente caldo e un venticello fastidioso fa il resto. Arrivati alla base del fungo terminale rivedo quello che vidi nel 2005. Per fortuna guardo a destra e un canale verticale credo ci permetterà di salire. Velocissimo Tomas in meno di mezz’ora arriva alla fine del ghiaccio verticale.
Uauh!!! Verso le 17.30 siamo in cima. Il tempo è splendido e ce la prendiamo con comodo. Quanto ho pensato al Miro, al Pino, al Mariolino e al “giovincello” Daniele (Casimiro Ferrari, Pino Negri, Mario Conti e Daniele Chiappa, apritori della via nel 1974). E a tutti i Ragni a loro supporto. Veramente Grandi e poi… a quei tempi…
E così per la sesta volta sono in cima a questa incredibile montagna. E poi era l’unico versante che mi mancava.
Poi la discesa non troppo veloce per tornare all’elmo. A fatica facciamo un po’ d’acqua per i nostri liofilizzati. Pessima cena e pure fredda. Ma chi se ne frega.
Altra notte guardando le stelle e il quarto di luna. Il giorno dopo la discesa continua e alle 13.40 siamo alla truna. Grande mangiata di polenta patagonica seguita da cena e poi finalmente a nanna. Tomas e Nicola hanno dormito sui sassi anche il pomeriggio. Abbiamo deciso di non fare nulla il giorno dopo. Fantastico e solo alle 9 mi alzo a preparare la colazione che servo a letto.
Il giorno dopo ritorniamo alla Egger per sistemare la roba che aspetterà il prossimo anno. Nel primo pomeriggio arriva anche Francesco. Avevamo intenzione di fare una via al Domo Blanco ma visto che è arrivato lui gli cedo il mio posto e io tornerò alla civiltà.
Alle 7 partono per il Domo Blanco. Ci salutiamo e parto dal Circulo de los Altares. Giornata fantastica con poco vento. Verso le 18 sono a El Chalten e poco dopo sono al ristorante Ahonikenk con un buon bicchiere di vino bianco. Il giorno dopo, sbattuti da un forte vento, Tomas, Nicola e Francesco arrivano al Chalten.
Il mio progetto era la ovest della Egger e saltando questo non ho nessun motivo per rimanere laggiù a provare altre salite. E così ho anticipato il volo e rieccomi a casa. Vedremo!


martedì 23 settembre 2014

IL MIO LAVORO


18 settembre 2014
Aspetto Tomas e Nicola che ieri pomeriggio sono scesi al Chalten per delle cose. Alle 7, come d’accordo arrivano alla Piedra del Fraile e poco dopo partiamo. E’ il nostro secondo viaggio di carichi. Il primo lo abbiamo fatto lo stesso giorno che siamo arrivati alla Piedra portando tre sacconi sul ghiacciaio del Piergiorgio. Di nuovo qui a portar sacconi… Una volta raggiunto il deposito precedente che chiamiamo sdraio per via di un grande sasso piatto calziamo gli scarponi e ramponi e proseguiamo sul ghiacciaio. Più in alto dobbiamo cambiare tragitto per raggiungere le ultime rocce dove abbiamo lasciato gli sci lo scorso anno e i teli slitta. Que suerte! Li troviamo subito. Lasciamo il tutto e ritorniamo alla sdraio per portare su l’altro carico. Il tempo è sempre brutto ma il vento non è forte. In tre ore siamo di ritorno, giusti per l’ora della pappa. Shasha e Ignazio ci trattano molto bene qui alla Piedra e che cenette. Io prima mi bevo il mio bianchetto…

19 settembre
Que dia hoy! Il tempo è abbastanza bello e nel corso della giornata migliora. Giornata lunga anche oggi. Si cammina molto ma per circa 3 ore non si fa dislivello. Solo chilometri e dossi su e giù. Poi si sale la prima parte del Glaciar Piergiorgio, lo si attraversa per prendere un altro ghiacciaio fino alle nostre ultime rocce dove abbiamo il deposito. Arrivati lì rifacciamo i sacconi per prendere ciò che ci servirà alla nostra “casa bianca, al Circulo de los Altares, proprio sotto la Standhardt, la Herron, la Egger e il Torre. Per questo il nome Circolo degli Altari. Arrivati al Passo Marconi siamo a circa 1550 metri. La Piedra si trova a circa 650 metri. Carichiamo i nostri sacconi sul telo e facciamo due guinzagli per trascinarlo. Siamo sullo Hielo Continental e ripenso alle tante giornate che passai nel 1993 coi miei soci nel nostro tentativo di attraversarlo tutto. Fu una “bella gita” e percorremmo circa 400 chilometri. Ma ora dobbiamo tirare per andare avanti. E’ quasi tutto pianeggiante e il nostro “bobi” ci segue bene. Solo l’ultima ora è più in salita e allora ci attacchiamo tutti e tre per arrivare prima. Dopo 12 ore e mezza arriviamo al Filo Rosso dove faremo la truna (questo posto è stato battezzato dai Ragni di Lecco in quanto si trova in fondo a una lunga cresta rocciosa rossa). Subito iniziamo a spalare ma dopo mezz’ora troviamo ghiaccio. Allora ci spostiamo più in basso e fortunatamente riusciamo a entrare senza ghiaccio. Alle ore 20 è già buio e dobbiamo accendere le frontali per proseguire il lavoro. Non facciamo una grande truna. Solo per poter mangiare e dormire.

20 settembre
Il tempo è brutto. Nevica e c’è anche vento ma chi se ne frega. Lavoriamo tutto il giorno di pala. La cosa negativa è che, dove ci troviamo, la neve la dobbiamo prendere tre volte per spostarla. Alla fine della giornata siamo sistemati benissimo e fuori abbiamo pure il deposito materiale. Quando siamo dentro è il paradiso del silenzio. E, come diceva quel Grande di Reinhard Karl, “essere in truna è come essere a casa in una cella frigorifera e bruciare Dollari…”

21 settembre
Il tempo alla mattina è “mas o meno”. Nevica poco e anche poco vento ma il pomeriggio Re Azul si scatena e si sta bene solo in casa. Oggi abbiamo fatto arredamento e serramenti. Ora tutto è in odine sulle mensole ma poi ci succede una cosa imprevista. Il nostro fornello a benzina l’MSR si rompe. Acc!!! In qualche modo funziona ma poco e male. Che fare? Potremmo contattare Francesco che è partito ieri dall’Italia  ma come? Decidiamo di scendere al Chalten per prendere quello che abbiamo là. Sono le 15.30 e per oggi sarebbe impossibile e poi con questo tempo… Speriamo domani sia più clemente. Oggi polenta e minestrina… que buena!

22 settembre
Tomas si è alzato alle quattro tutto agitato. Poco dopo ci siamo alzati anche noi e gli abbiamo detto di darsi una calmata. Il tempo è orribile. Nevica molto e il vento fa l’altra parte. Decidiamo di aspettare che albeggi. Alle 7 y pico arriva la luce. La neve passa veloce sopra di noi e sempre ostruisce l’ingresso della truna. Verso le 8 la nebbia è meno fitta e vediamo il Cerro Rincon. Visibilità sufficiente. Decidiamo di partire. Alle 8.40 siamo con gli sci ai piedi. Veloci scendiamo il primo tratto in leggera discesa per arrivare sullo Hielo. Pelli di foca e via. Siamo super leggeri e in meno di 3 ore e mezza siamo al Marconi. Il vento ora è aumentato molto. Scendiamo al deposito col vento a favore. Tomas è davanti e vede un nostro sacco più in basso. Il vento lo ha liberato dai sassi ed è sceso. Per fortuna lo ha visto ed è andato a recuperarlo. Quando ci troviamo siamo un po’ indecisi visto il tempo. Poi pensiamo sia meglio fare il carico. Così facciamo le sacche e su di nuovo al Marconi. Il vento è molto forte ma dobbiamo salire solo un’ora e mezza. Poco oltre il passo depositiamo il materiale. Un sasso di una certa dimensione cade dall’alto. Lo vedo e strillo a Tomas che lo ha visto arrivare. A meno di tre metri da lui. Mucha suerte! Depositiamo il tutto sotto i sassi e giù. Arriviamo alla Piedra verso le 18.15. Prendiamo qualcosa da “città” e via. Alle 19.45 ci aspetta il passaggio per andare al Chalten. Arriviamo un po’ tardi. Poi subito a mangiare a Ahonikenk. Forse puzzo un po’ ma nessuno parla. Mangiamo come i “bufali”. Poi, prima di andare a dormire, una lavatina ci vuole. Domani penseremo cosa fare ma probabilmente torneremo alla Piedra dopodomani per tornare al Circulo il giorno dopo. Ci siamo incontrati con Francesco. Ora siamo in quattro. Pronti!
(scusate degli errori)




giovedì 11 settembre 2014

NUOVO LAVORO

Ho avuto una proposta di lavoro e partirò sabato 13 settembre.

lunedì 8 settembre 2014

CORSO PER GUIDE ALPINE AL MONTE BIANCO

Corso Guide Alpine al Monte Bianco. Arête du Diable. Mont Blanc du Tacul.





mercoledì 27 agosto 2014

3 settembre 2014

Fondazione Università di Mantova
Aula Magna

IL GRIDO DI PIETRA
Ermanno Salvaterra presentato da Alessandro Gogna. 
Una montagna leggendaria. Con le sue pareti ripide, il Cerro Torre si erge imperioso nel cielo dell’estremo sud della Patagonia. A impressionare non è la sua altezza, ma l’inaccessibilità delle sue vette, perennemente battute dalla tempesta. Ermanno Salvaterra è l’uomo del Cerro Torre. Guida alpina, nato tra le Dolomiti, Salvaterra arriva in Patagonia nel 1982, compiendo la sua prima ascensione su questa montagna impossibile. È l’inizio di una relazione profonda e magnetica che porta l’alpinista trentino a compiere (ad oggi) altre ventisei spedizioni sul Cerro Torre, aprendo continuamente nuove vie di ascesa. Intervista l’autore di L’uomo del Torre Alessandro Gogna, giornalista e alpinista.

martedì 26 agosto 2014

martedì 19 agosto 2014

sabato 16 agosto 2014

venerdì 15 agosto 2014

PIETRO IL GRANDE


Pietro è un ragazzo di 25 anni che lavora in banca come centralinista, in una grande banca proprio in centro a Milano. Tutte le mattine esce di casa alle 7:30 si avvia a prendere la metropolitana che lo porta ad una stazione del tram che finalmente lo deposita in piazza Cadorna dove appunto c’è la sede dell’istituto bancario presso il quale lavora.
Dopo aver fatto il suo turno di lavoro Pietro ha diversi hobbies e diversi interessi. Studia la lingua inglese, suona il pianoforte e poi è un appassionato podista. Almeno due volte alla settimana, con un compagno, al Parco dell’Idroscalo, corre a perdifiato per almeno un’ora.
Pietro fa anche tante altre cose, in inverno gli piace molto sciare e sentire l’aria fredda e tagliente che gli accarezza rude il viso e adora sentire quella sensazione di scivolamento che sente sotto i piedi. Da qualche tempo Pietro ha anche imparato ad arrampicare ed io sono stato il suo maestro.

Ha imparato molto in fretta con una sensibilità ed una naturalezza ammirabili. Qualche volta su itinerari non difficilissimi arrampica da primo di cordata con una concentrazione e una determinazione che mi lasciano molto ammirato.
Pietro una volta alla settimana presta il suo servizio a “Dialogo nel Buio” dove delle persone normali fanno una esperienza fuori dal comune. Visitano un museo completamente al buio guidati da persone non vedenti e capiscono che cosa significa non avere il dono della vista.
Si perché Pietro non ci vede. Da sempre.

Lo ho conosciuto ad un corso di specializzazione “In insegnamento ai disabili” organizzato dal Collegio dei maestri di sci della Lombardia. Lui faceva la cavia per insegnare a noi maestri di sci a guidare, sciando, persone cieche. Mi ricordo che quando tocco a me guidarlo ero tutto teso e preoccupato di non essere all’altezza di questo gravoso compito ma lui con una totale naturalezza mi incitava ad andare più forte per non stargli troppo tra i piedi ed intralciare la sua azione fluida e sicura.
Fu allora che mi venne in mente di invitarlo a provare ad arrampicare e fu una idea giusta . Durante questo percorso di insegnamento naturalmente siamo diventati amici e sono convinto che se facessi un bilancio delle cose che io ho trasmesso a lui e di quelle che lui ha trasmesso a me credo di aver guadagnato più io.
A volte mi racconta delle sue esperienze e mi racconta delle cose che ha fatto e visto e che gli hanno provocato emozioni e sentimenti che sembra di parlare con una persona come tutte le altre. Ma Pietro non ha mai visto niente di questo nostro meraviglioso mondo lo ha semplicemente immaginato e forse se lo sente ancora più splendente ed emozionante di noi normali.
In questo fine settimana abbiamo deciso di provare a fare una via di arrampicata lunga e io ho provato, già da diversi giorni, ad immaginarmi tutte le difficoltà a cui saremmo andati incontro.
Inizialmente avevo previsto di andare a fare una via in Dolomiti ma il tempo inclemente di questa estate assolutamente anomala mi ha spinto a spostare il tiro verso la Valle del Sarca, dove la meteo era appena un po’ più clemente.

20140802_131626
L’itinerario che ho scelto è sull’avancorpo meridionale del piccolo Dain è dentro ad un piccolo canyon e solca delle placconate quasi verticali raramente interrotte da piccole fessure e da diedri appena accennati. La via si chiama “Moonbears”, che tradotto nella nostra lingua, sta per Orsi lunari. Ideata e aperta dal mitico Ermanno Salvaterra che ha inventato un itinerario di quasi trecento metri di quinto/quinto- superiore (con qualche passo anche un po’ più difficile!). Grande eleganza ed impegno.
Sono riuscito, per questa occasione speciale, a convincere Sylvia, mia moglie, a farmi da assistente e così ho composto una cordata da tre. Pietro arrampica con disinvoltura ma ha bisogno che ci sia qualcuno che gli indichi dove si trovano gli appigli ma soprattutto gli appoggi più favorevoli per dargli modo di tesserli assieme e creare quel filo di salita più naturale e meno faticoso.
Abbiamo avuto qualche attimo di difficoltà dovuto al fatto che in un paio di tiri di corda bisognava arrampicarsi su un diedro con la tecnica della spaccata ma spesso anche in Dulfer e a Pietro, disgraziato che non sono altro, non ho ancora insegnato questa tecnica. Ad ogni modo un po’ aiutato dalla corda un po’ dalla sua inspiegabile fantasia e dalla pazienza di Sylvia, che si è scoperta insegnante di grande talento, Pietro arrivava alle soste con dipinto sul volto la fatica ma soprattutto tanta gioia e soddisfazione.
E la determinazione ad andare avanti fino al termine.
Appena dopo la metà per un attimo ho avuto la tentazione di scendere in doppia spinto dal fatto che sopra di noi ruotava un temporale con tuoni e goccioloni radi ma grossi e pesanti. Ma quando ho comunicato la mia intenzione, Pietro mi ha fatto vedere la delusione dipinta sul volto. “ma come ho fatto così tanta fatica e adesso dobbiamo scendere ?” Anche il cielo ha sentito questa tristezza e ci ha aiutato con alcuni movimenti a spirale dei grossi nuvoloni neri che piano piano si sono spostati più a nord lasciando sopra di noi un pallido e velato cielo azzurro.
Abbiamo continuato con la stanchezza che cominciava ad affiorare, la temperatura, calda e densa di umidità, le scarpe strette… ma con la determinazione di uscire in cima.
Sull’aereo balconcino dell’uscita, ho fatto una foto a Pietro e Sylvia e oggi non posso fare a meno di riguardarmela.
Mi fa provare tanta ammirazione ma anche tanta tenerezza per questo piccolo grande uomo che non si è fermato di fronte alle avversità. Le ha solo guardate con quel sorriso disarmante.
Grande Pietro fammi sognare sempre.

Andrea Sarchi